Il preventivo di un chatbot: cosa si paga una volta e cosa torna ogni mese
Chi cerca quanto costa un chatbot trova prezzi che vanno da zero a cifre da grande impresa. Non si confrontano perché descrivono tre progetti diversi: il riquadro di chat di una piattaforma in abbonamento, l’assistente che risponde sui contenuti dell’azienda, l’agente che esegue passaggi in altri sistemi. Qui trovi le voci che si pagano una volta, quelle che tornano ogni mese e le cifre lette sui listini ufficiali, con fonte e data.

In questo articolo
Perché i prezzi dei chatbot che trovi online non sono confrontabili
Il telefono e la casella di posta ricevono ogni giorno le stesse domande: orari, prezzi, disponibilità, come si disdice. Qualcuno propone un assistente in chat e parte la ricerca del prezzo. Il primo ostacolo sta nel nome: la stessa parola copre prodotti diversi, e ogni cifra trovata online può essere corretta per quello che descrive.
Il secondo ostacolo sono le unità di misura. I listini delle piattaforme di chatbot per aziende ne usano almeno quattro: canone per spazio di lavoro, pacchetto di crediti, conversazioni fatturabili, prezzo per esito. Nel listino di Intercom un esito si conta anche quando il cliente, dopo la risposta, non chiede altro. I modelli linguistici si pagano invece a token, cioè a frammenti di testo. Prima di confrontare due cifre va chiesto che cosa conta ciascuna.
Il costo si legge quindi progetto per progetto. Il riquadro di chat di una piattaforma, il cosiddetto widget, si paga con un canone mensile e con il tempo per configurarlo. Alcuni listini aggiungono un prezzo per conversazione o per esito. Un assistente costruito sui contenuti dell’azienda si paga una volta per contenuti, integrazione e prove, poi ogni mese per consumo del modello, aggiornamenti e lettura delle conversazioni. Un agente aggiunge il collegamento con i sistemi in cui deve agire, la voce più difficile da stimare.
Chatbot aziendale, assistente sui contenuti e agente AI: tre progetti diversi
Tre domande li distinguono: da dove vengono le risposte, che cosa può fare l’assistente oltre a rispondere, chi ne risponde quando sbaglia.
Il widget di una piattaforma in abbonamento
È la forma più semplice di chatbot aziendale: un riquadro di chat aggiunto al sito e configurato dal pannello del fornitore. Le risposte vengono da testi caricati a mano o dalle pagine che la piattaforma legge. Oltre a rispondere, passa la conversazione a una persona, e quando sbaglia la correzione spetta a chi gestisce il pannello. Alcuni listini hanno un piano gratuito, con poche risposte automatiche o nessuna.
L’assistente che risponde sui contenuti dell’azienda
È un chatbot personalizzato, costruito dentro un sito o un’app. Le risposte vengono dai documenti dell’azienda, cioè listini, procedure e manuali, recuperati al momento della domanda. Quando non trova materiale pertinente lo dice e offre un contatto. L’errore tipico è la risposta credibile presa da un documento superato: se ne accorge solo chi conosce la versione giusta, e ne risponde chi in azienda tiene aggiornati i documenti.
L’agente che esegue passaggi in altri sistemi
Quello che online viene proposto come «agente AI» per aziende è un assistente che, oltre a rispondere, esegue passaggi in altri sistemi: apre una pratica, sposta un appuntamento, compila un ordine. Ogni azione con effetti reali va messa dietro una conferma o dietro codice che la verifica. Serve una persona che stabilisca che cosa l’agente può fare da solo e venga avvisata quando qualcosa non torna. Sui permessi valgono le prove descritte per chi crea un gestionale con l’IA.
Quello che si paga una volta: contenuti, integrazione e banco di prova
La prima voce è la meno tecnica: preparare e ripulire i contenuti. Il listino sta in un PDF, gli orari sono scritti in più punti del sito, la procedura per i resi esiste solo nella testa di chi risponde al telefono. Se due documenti si contraddicono, l’assistente ne sceglie uno senza avvisare: qualcuno deve decidere prima qual è la versione buona. Una parte del lavoro può farla l’azienda, e il preventivo scende.
La seconda voce è l’integrazione con il sito o con l’app: il riquadro della chat, il recupero dei contenuti, il ritorno al percorso manuale quando il servizio del modello non risponde. Ne fa parte il passaggio a una persona: a chi arriva la conversazione, in quali orari, con quale riepilogo.
La terza è il banco di prova: un elenco di domande reali, prese da email e telefonate, con la risposta attesa scritta accanto. Dentro ci vanno le frequenti, le ambigue e quelle da rifiutare. Un preventivo ordinato dispone queste voci nelle quattro fasi con cui lavoriamo sulle funzioni di IA: un solo caso d’uso, un prototipo misurato su casi reali, l’integrazione, un rilascio controllato.
Dal 2 agosto 2026 c’è una voce in più, ed è un obbligo: chi scrive in chat deve sapere che sta parlando con un sistema di IA. Lo prevede l'articolo 50 dell’AI Act (si apre in una nuova scheda), il Regolamento (UE) 2024/1689, e lo assegna al fornitore del sistema. La definizione comprende chi fa sviluppare un assistente e lo mette in servizio con il proprio nome o marchio.
L’informazione va data in modo chiaro al più tardi alla prima interazione, salvo i casi in cui è già evidente: nel progetto diventa una riga leggibile all’apertura della chat. Il Regolamento (UE) 2026/1744, che nel luglio 2026 ha modificato l’AI Act, ha lasciato ferma la data di questo obbligo.
I costi ricorrenti di un chatbot: consumo, contenuti e controllo
Queste voci tornano ogni mese finché l’assistente resta acceso. Le prime quattro riguardano ogni progetto, l’ultima solo chi aggiunge un canale di messaggistica.
Consumo del modello, con tetto di spesa e avviso
Ogni richiesta consuma token in ingresso e in uscita, quindi servono un tetto mensile e un avviso prima della soglia. Che cosa vede l’utente quando il tetto è raggiunto va deciso prima: meglio un contatto con una persona che un messaggio di errore.
Aggiornamento dei contenuti
Listini, orari e condizioni cambiano, e l’assistente continua a rispondere con sicurezza usando la versione vecchia. Ci vogliono una persona incaricata e un modo per aggiornare i testi senza toccare il codice.
Monitoraggio e banco di prova da rilanciare
I fornitori ritirano i modelli più vecchi, e al cambio il comportamento può variare anche a contenuti e istruzioni invariati. Il banco di prova va rilanciato a ogni cambio di modello, insieme al controllo di errori, tempi di risposta e spesa.
Una persona che legge le conversazioni
È la voce che nessun listino riporta. L’errore di un assistente è una frase ben scritta che afferma una cosa falsa, e non fa scattare nessun allarme. Qualcuno deve leggere un campione di conversazioni a cadenza fissa. Va deciso chi.
Il canale, se alla chat si aggiunge WhatsApp
Al momento in cui scriviamo (ottobre 2026), la documentazione di Meta sui prezzi della WhatsApp Business Platform (si apre in una nuova scheda) prevede un addebito per ogni messaggio inviato dall’azienda e consegnato, con tariffe per categoria e per prefisso internazionale del destinatario. Dal 1° ottobre 2026 si pagano anche le risposte libere date entro 24 ore a chi ha scritto, da una persona o da un assistente. Meta le chiama messaggi di servizio e lascia gratuiti i primi 1.000 al mese per ogni numero aziendale. Si aggiungono l’integrazione e il compenso di un eventuale fornitore intermedio. Di questo canale riportiamo le regole pubbliche.
Le cifre pubbliche verificate alla fonte: listini ufficiali e prezzi nostri
Sono cifre lette alla fonte al momento in cui scriviamo (ottobre 2026), ognuna nella valuta della sua pagina. I prezzi dei modelli servono solo da esempio di calcolo.
| Voce | Cifra pubblica | Fonte e data |
|---|---|---|
| Modello piccolo, per milione di token | 0,10 dollari in ingresso e 0,50 in uscita | Listino di Anthropic (si apre in una nuova scheda): Claude Haiku 5.5, richieste fino a 100.000 token in ingresso. Listino di OpenAI (si apre in una nuova scheda): gpt-6-luna, livello Standard, contesto breve. 10 ottobre 2026 |
| Modello di fascia media, per milione di token | 2 dollari in ingresso e 10 in uscita | Gli stessi due listini: Claude Sonnet 5.5; gpt-6.1-sol, livello Standard, contesto breve. 10 ottobre 2026 |
| Piattaforma a canone fisso | 45, 95 o 295 dollari al mese per spazio di lavoro, IVA esclusa | Listino di Crisp, 10 ottobre 2026 |
| Piattaforma con prezzo a esito | 0,99 dollari per ogni esito dell’agente Fin | Listino di Intercom: nei suoi piani si somma al prezzo per postazione. 10 ottobre 2026 |
| DietApp Premium, prezzo al pubblico | 6,99 euro al mese o 34,99 euro all’anno, con chat illimitata | Sito di DietApp (si apre in una nuova scheda), 10 ottobre 2026 |
| Contenuti, integrazione e banco di prova | Su preventivo | Nessun listino, nemmeno nostro: dipende dal perimetro |
Dal listino al costo mensile: un conto di esempio
Prendiamo un assistente sui contenuti e scriviamo le ipotesi. Riceve 1.000 conversazioni al mese, di 5 scambi ciascuna. Ogni richiesta manda al modello 3.000 token in ingresso, fra istruzioni, contenuti recuperati e cronologia, e ne riceve 300 in uscita. Sono numeri di comodo: i token per lo stesso testo cambiano con il modello e con la lingua, e il dato vero si legge sul prototipo.
Il conto è una moltiplicazione. Le richieste sono 5.000, i token in ingresso 15 milioni, quelli in uscita 1,5 milioni. Con i prezzi del modello piccolo in tabella il mese costa 2,25 dollari. Con quelli del modello di fascia media costa 45 dollari: venti volte tanto, per le stesse conversazioni. Per questo si parte dal modello più economico che supera il banco di prova.
Con questi volumi il consumo pesa poco: la spesa sta nei contenuti e nel tempo di chi legge le conversazioni. Torna a contare con volumi alti, richieste lunghe o un agente: definizioni degli strumenti, chiamate e risultati sono token anche loro, e ogni passaggio è una richiesta in più verso il modello. Un costo per conversazione va chiesto con le ipotesi su cui è calcolato. Va chiesta anche la data del listino: in quello di Google è già scritto che dal 1° gennaio 2027 Gemini 3.8 Flash costerà il doppio di oggi.
Quando un chatbot per sito web non conviene e basta una pagina chiara
Prima di chiedere un preventivo conviene guardare le domande che arrivano davvero. Molte hanno una risposta calcolabile: se c’è posto giovedì, quanto costa un servizio, a che ora si chiude. Per queste la chat è la strada lunga: l’utente scrive, aspetta, legge e poi deve comunque prenotare altrove. Una schermata che mostra la risposta e permette l’azione arriva prima, e non può inventare un orario.
Un esempio concreto: in BarbierItalia, la piattaforma per barbieri e parrucchieri che abbiamo appena lanciato, la domanda «avete posto sabato» non passa da nessun modello. La disponibilità è calcolata dal codice a ogni richiesta, partendo da turni, appuntamenti confermati, chiusure e durata effettiva del servizio, e il cliente sceglie fra gli orari liberi. In Beachfy, la piattaforma per stabilimenti balneari che aprirà al pubblico nell’estate 2027, la stessa risposta è progettata come piantina: l’ombrellone libero si vede e si sceglie.
Nel quadro generale sull’integrazione dell’IA in un prodotto abbiamo scritto che il chatbot generico in home page, quando ripete contenuti già presenti nel menu, aggiunge un canale da presidiare e una superficie di errore pubblica. Lo pensiamo ancora. In quel caso il preventivo giusto per il chatbot è zero: si riscrivono quelle pagine e, se serve prenotare, si valuta un sistema di prenotazione online.
Un assistente ha materia su cui lavorare quando le domande sono molte, cambiano nella forma e la risposta sta in documenti lunghi, come manuali e procedure. Un criterio pratico: dividi le domande dell’ultimo mese fra quelle a cui risponde un dato e quelle a cui risponde una spiegazione. Se prevalgono le prime serve un’interfaccia. Con le seconde il progetto ha senso.
Come chiedere e confrontare un preventivo per un chatbot
Sono i passaggi che consigliamo prima di firmare. Valgono con qualsiasi fornitore, noi compresi.
Passo 1: Scrivere il perimetro e la fonte dei contenuti
L’elenco delle domande coperte e di quelle escluse va messo per iscritto, con il documento o il sistema da cui arriva ogni risposta. Un preventivo che promette di rispondere «alle domande dei clienti» non ha perimetro: non si può stimare né collaudare.
Passo 2: Dare a tutti lo stesso elenco di domande di prova
Ogni fornitore riceve le stesse domande reali, con la risposta attesa accanto, e mostra che cosa ottiene prima della firma. Così il confronto non dipende più dalle unità di misura dei listini.
Passo 3: Chiedere dove vanno i dati e con quale accordo
Se il fornitore del modello tratta dati personali per conto dell’azienda, l’articolo 28 del GDPR chiede un contratto, o un altro atto giuridico, che lo vincoli. Sui piani per uso applicativo dei principali fornitori i dati inviati via API, per impostazione predefinita, non vengono usati per addestrare i modelli. È una condizione contrattuale: cambia con il piano e non esclude una conservazione temporanea. Va scritto quali dati escono, verso chi e per quanto tempo.
Passo 4: Confrontare sui dodici mesi e sulla proprietà
Sotto il costo iniziale va la riga dei dodici mesi successivi: tetto di spesa e soglia di avviso, chi aggiorna i contenuti, chi rilancia il banco di prova, chi legge le conversazioni. In fondo due righe: a chi passa la chat quando serve una persona, a chi restano contenuti, istruzioni e configurazione se cambi fornitore.
Il caso Bianca: un assistente con perimetro stretto dentro un abbonamento
Di prima mano raccontiamo Bianca, l’assistente che vive dentro DietApp, l’app Android che genera piani alimentari personalizzati. DietApp è su Google Play dal 26 settembre 2025 e ha superato i cinquecento download.
Il perimetro è stretto per scelta: sostituzioni, porzioni e organizzazione dei pasti, con il contesto del piano attivo dell’utente. Sul sito è scritto che Bianca non va usata per questioni cliniche, dosaggi, integratori o interazioni con farmaci. Un assistente che accetta qualsiasi domanda sull’alimentazione finisce a rispondere su terapie. Generazione e ricalcolo del piano li racconta l'articolo su come DietApp costruisce un piano alimentare.
Ogni risposta di Bianca è una chiamata a consumo. Nel piano gratuito la chat è limitata e nel Premium, a 6,99 euro al mese o 34,99 euro all’anno, è illimitata. Un limite nel piano gratuito fa da tetto al consumo di chi non paga, e il prezzo dell’abbonamento deve stare sopra il costo medio per utente. Non pubblichiamo costi né margini.
Sul sito di DietApp Bianca è presentata come assistente basata su un modello di intelligenza artificiale, che può sbagliare. Dichiararlo è una voce di progetto come le altre: per un assistente su un sito è la riga leggibile all’apertura della chat.
Domande frequenti su quanto costa un chatbot
Quanto costa creare un chatbot?
Dipende dal progetto e dal suo perimetro. Per un riquadro di chat in abbonamento contano il piano e l’unità con cui il listino misura l’uso. Per un assistente sui contenuti dell’azienda pesano lo stato dei documenti, l’integrazione e le prove su domande reali. Se deve anche agire in altri sistemi, ogni azione è una voce da stimare. Una media di mercato non esiste.
Quanto costa un chatbot al mese?
Ogni mese tornano quattro voci: consumo del modello, aggiornamento dei contenuti, monitoraggio e tempo di chi legge le conversazioni. Con volumi piccoli e un modello economico il consumo è spesso la più leggera. Su una piattaforma in abbonamento il consumo è compreso nel canone fino a una soglia, oppure si paga a parte per conversazione o per esito.
Quanto costa un agente AI per un’azienda?
Creare un agente costa, a parità di contenuti, più di un assistente che risponde soltanto. Va collegato ai sistemi in cui deve agire, e ogni collegamento porta conferme, controlli e casi limite da provare. Cresce anche il consumo, perché l’agente interroga il modello a ogni passaggio. La stima si fa azione per azione.
Conviene mettere un chatbot sul sito web?
Conviene quando le richieste sono tante e chiedono una spiegazione che sta in documenti lunghi. Se riguardano disponibilità, prezzi e orari, una pagina chiara o una schermata di prenotazione risponde prima e non può inventare la risposta. Un chatbot che ripete contenuti già presenti nel menu aggiunge solo un canale da presidiare.
Meglio una piattaforma in abbonamento o un chatbot costruito apposta?
La piattaforma va bene quando le domande sono generiche e serve partire in fretta, accettando che contenuti e configurazione restino nel pannello del fornitore. Un chatbot personalizzato ha senso quando deve leggere dati aziendali aggiornati, vivere dentro un prodotto esistente o rispettare vincoli precisi sui dati. Per decidere, sottoponi alle due opzioni le stesse domande di prova.


